Il colore della gazza...
...la trappola della zizzania e la rabbia degli onesti
Ci sono lezioni che non si imparano sui libri, ma tra la polvere di un cortile e l’odore acre della terra bagnata.
Da bambino avevo una colpa: non sopportavo i soprusi. Mi imponevo come un piccolo “paladino”, guidato da una fame spietata di giustizia, solo per finire puntualmente nei tranelli di chi muoveva i fili nell’ombra. Fu dopo l’ennesima trappola che mio nonno, con la pazienza antica degli uomini della Mallakastra, mi mise seduto. Non usò prediche. Mi lanciò addosso una favola come si lancia una pietra in uno stagno.
«Nei villaggi tra la Laberia e le nostre colline, c’era un uomo che viveva per un unico scopo: godere del caos altrui. Un tessitore di zizzania, fine ed egocentrico. La comunità, stanca del suo veleno, lo isolò durante un matrimonio: lo chiusero in una stanza appartata. Festa salva, pensarono!
Ma a quel demonio bastò affacciarsi alla finestra e urlare una sola domanda nel mezzo dei brindisi: “Di che colore è il piumaggio della gazza?”
In cinque minuti, tra i fumi dell’alcol e l’orgoglio ferito, la festa sfociò in una mattanza. Team piume bianche contro team piume nere. Botte da orbi, sangue sui tavoli, piatti in frantumi. E lui? Se ne stava dietro i vetri, a godersi lo spettacolo della stupidità umana.»
Quella sera capii una verità scomoda: chi vuole dominarti non ha bisogno di essere più forte di te. Gli basta farti perdere la testa per una sciocchezza.
Guardo le immagini che arrivano oggi dalle nostre piazze e sento di nuovo quel freddo sulla pelle.
Vedo il fumo dei lacrimogeni, i volti segnati dalla fatica, le mani giunte e i pugni alzati di un popolo che non ce la fa più. Gente che scende in strada per difendere l’unica cosa che gli è rimasta: la dignità. La terra svenduta, il futuro ipotecato, le regole piegate ai soliti noti.
E poi alzo lo sguardo verso i palazzi del potere. E vedo l’allevatore di gazze in azione.
Invece di rispondere alla disperazione di un Paese, il potere usa la solita arma spietata: la ridicolizzazione. Chi chiede giustizia viene bollato dall’alto con disprezzo come una massa di “gazze e cornacchie”, nell’intento calcolato di ferire l’orgoglio di un popolo che ha nell’aquila il suo simbolo più sacro. E intanto, nell’ombra, si spera che la protesta si sfilacci. Che la piazza si spacchi in cento partitelli, in sigle, in Kuvendi (parlamento albanese) autoproclamati, pronti a scannarsi tra loro per una briciola di visibilità.
È la solita, schifosa trappola: spingerci a azzuffarci sul colore delle piume mentre ci rubano il cielo sotto gli occhi.
Da piccolo credevo che la soluzione fosse buttare giù la porta di quella stanza e punire il provocatore. Mio nonno mi insegnò che la violenza d’impulso è solo l’ennesimo regalo che fai al tuo carceriere.
La risposta più spietata, l’unica vera rivoluzione contro chi nutre il proprio ego con il nostro caos, si chiama irrilevanza.
Quando la piazza brucia di rabbia, cedere alla provocazione è facile. Ma è lì che dobbiamo scegliere cosa essere:
Non saremo le sue cornacchie. Smetteremo di rispondere a ogni suo insulto, a ogni sua distrazione mediatica. Se l’allevatore lancia una frase shock, la piazza deve fare silenzio, voltargli le spalle e continuare a chiedere conto delle cose reali: trasparenza, diritti, futuro.
Saremo lo stormo dei fenicotteri. Una marea rosa, compatta, imponente. Capace di muoversi all’unisono senza che nessuno cerchi di piantare la propria bandiera sopra quella degli altri.
Saremo l’occhio dell’aquila. Voleremo più in alto della sua melma. Guarderemo il Paese dall’alto, uniti nel proteggere la nostra casa, la nostra patria, con una fermezza glaciale che non risponde alle provocazioni di strada, ma esige risposte concrete.
La morale di mio nonno non era una storiella per bambini. Era una mappa per la sopravvivenza.
L’allevatore di gazze è potente solo finché c’è qualcuno disposto a raccogliere la sua sfida e a fare a botte per lui. Nell’istante esatto in cui il popolo smette di guardare verso la sua finestra e inizia a marciare compatto, il suo incantesimo si spezza.
E l’allevatore resta finalmente solo, a gridare nel vuoto della sua stanza.


